L’amore è cieco, ma il format ci vede benissimo
Love – Amore.
Eterno? Finché dura, diceva Verdone.
Cieco? Lo ha scritto di recente Fedez in una storia Instagram.
Mentre loro ci scherzano, su Netflix ci hanno costruito un reality planetario.
Nel 2020 Love Is Blind debutta negli Stati Uniti con una promessa radicale: dimostrare che l’amore può nascere al buio, senza il filtro dell’apparenza. I partecipanti si conoscono in “pod” isolati, si parlano senza vedersi, si innamorano attraverso un muro, si fidanzano. Solo dopo scatta l’incontro. Ideato da Chris Coelen, il format è esploso in più di undici Paesi, dal Brasile al Giappone. Su 120 coppie formate, 48 si sono sposate e 27 stanno ancora insieme: circa il 22%.
Le due stagioni che ho avuto modo di guardare del Regno Unito offrono uno spaccato chiaro delle dinamiche del format, utili per capire cosa aspettarsi dalla versione italiana, che andrà presto in onda, affidata alla conduzione di Benedetta Parodi e Fabio Caressa.
Ma cosa ci racconta davvero questo “esperimento sociale”?
Il format come specchio culturale
L’idea è potente: un amore slegato dall’estetica.
Non è nemmeno un’invenzione del tutto nuova. Negli anni ’80, Il Gioco delle Coppie con Marco Predolin aveva già il muro che separava uomini e donne. Ma lì era un gioco da studio TV: Love Is Blind prende lo stesso trucco e lo gonfia con aspettative esistenziali e ansie da copione matrimoniale. Ma in questo caso la messa in scena tradisce l’intento. L’uomo propone, la donna accetta (quasi sempre). Le partecipanti parlano di “essersi fidanzate”, talvolta più che di “essersi innamorate”, così che Il matrimonio è il traguardo, non la conseguenza.
E quando devono scegliere tra più pretendenti, spesso finiscono dal lato sbagliato prediligendo il “bad boy” che ricorda storie già vissute, disfunzionali ma rassicuranti. Lo schema non cambia mai.
Psicologia dell’amore cieco
Secondo John Bowlby, chi cresce in relazioni instabili tende a cercare partner poco affidabili: il familiare rassicura più del nuovo. Barry Schwartz lo direbbe con il “paradosso della scelta”: più alternative abbiamo, più rischiamo di scegliere male.
Love Is Blind prende questi meccanismi umani e li impacchetta come intrattenimento. Non è solo televisione: è psicologia applicata, ma con le ciglia finte.
Patriarcato sotto i riflettori
Nonostante la retorica dell’autenticità, il programma perpetua cliché patriarcali. Dopo il fidanzamento, le coppie vanno a vivere insieme, quasi sempre nella casa dell’uomo.
Mia figlia di sei anni, guardando incuriosita il programma, mi ha chiesto: «Mamma, ma perché non vanno mai nella casa della donna?»
Domanda semplice, spiazzante, che smonta in un colpo tutto l’esperimento e alla quale non ho saputo risponderle.
L’amore come performance
E alla fine, l’amore non è cieco per niente. L’aspetto fisico resta decisivo. I corpi “non conformi” sono i primi a essere lasciati. In scena dominano bicipiti scolpiti, tubini aderenti, ciglia chilometriche.
Il programma diventa una passerella in stile Uomini e Donne o Temptation Island: la promessa di autenticità si perde tra outfit scintillanti e selfie da influencer.
L’Italia è pronta?
Certo, ogni edizione locale è il prodotto della cultura di riferimento e a questo punto siamo molto curiosi di vedere la versione italiana.
La vera domanda è: siamo pronti a guardarci dentro – oltre la superficie patinata del format – e riconoscere che l’amore, anche quando lo raccontiamo al buio, è illuminato da tutte le nostre contraddizioni?
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Foto credits Netflix
