Si parla tanto in queste ultime settimane di solo dating – una tendenza su TikTok da ormai 200 milioni di visualizzazioni – che consiste nell’atto di uscire da sole, senza un partner, per godersi attività come cene, cinema o viaggi. Una pratica che sta guadagnando popolarità in vari Paesi, specialmente tra le donne che cercano indipendenza e auto-scoperta.
Improvvisamente mi sento di fare qualcosa di tendenza anche io che controtendenza sono sempre stata, io che esco da sola fin dagli anni dell’università quando a Milano c’era ancora il cinema Odeon in Galleria Vittorio Emanuele ed ero un’assidua frequentatrice in solitaria delle proiezioni della domenica pomeriggio.
Mia madre, per quanto possa essere emancipata una donna che vive in un paesino in provincia di cinquemila anime, ha sempre faticato a comprendere questa mia predilezione per la solitudine d’autore, vedendo qualcosa di patologico in questa sua figlia così asociale. Non so quanto dipendesse da una sua strutturale incapacità di concepire che si può stare bene anche da soli (lei che si era fidanzata con mio padre all’età di 15 anni ed è cresciuta con un concetto di coppia simile a quello dei gemelli siamesi); ovvero quanto fosse preoccupata del giudizio degli altri, soprattutto quelli del paese che, a Natale o d’estate, mi vedevano andare a prendere un caffè al bar da sola. Mi avrebbero paragonata alla pazza che gira coi cani, mi ripeteva.
La storia, infatti, ci ha insegnato che le donne autonome e indipendenti sono da considerarsi per certi versi pazze e streghe, come se fossero uno stigma sociale.
È motivo di vergogna non avere un uomo accanto, non essere riuscite a trovare nessuno che si occupi di te, nessuno con cui neppure andare a prendere un caffè o vedere un film. E per quanto le nostre madri ci abbiano volute indipendenti e diverse da loro, tuttavia esse stesse hanno dentro un sostrato sociale e culturale da cui è difficile distanziarsi perché hanno continuato a volere per noi figlie femmine il posto fisso, il matrimonio con un buon partito e la sicurezza che potessimo crescere secondo i canoni e gli standard del modello borghese di riferimento, riveduto e corretto con il twist dei social network, una vetrina sulla quale esibire i propri successi, una bancarella al mercato della realizzazione che loro purtroppo non avevano e della quale, pure, maldestramente oggi si avvalgono.
D’altro canto, mi rendo conto che il solo dating non è per tutti: ci vuole una imprescindibile componente di autostima, fiducia in sé stesse, coraggio e menefreghismo per fare, da sole, quello che ci fa stare bene.
Per me inizialmente si è trattato di non volermi sentire limitata a fare qualcosa solo perché non interessava a nessuno nel cerchio delle mie amicizie. E allora perché privarmene io?
E così, soprattutto dopo essermi trasferita a Londra 15 anni fa, ho iniziato regolarmente ad andare a vedere concerti, musical, pièce teatrali; a provare nuovi ristoranti, ad andarmene in giro per l’Europa (Copenaghen, Amsterdam, Parigi, Barcellona), assaporando ogni volta di più un senso di benessere che deriva dal mettersi in totale ascolto di sé senza avere vincoli di alcun tipo.
In questi momenti non mi sono mai sentita sola, mi sono piuttosto sentita in compagnia di me stessa e li ho sempre vissuti – e ancora continuo a viverli – come un premio: da madre single con un lavoro full time di grande responsabilità, sono sempre di corsa, ho la mente piena di scadenze, appuntamenti, impegni che poco hanno a che fare con La Vera Me. La mia è una vita che scorre fuori controllo, di fretta e rumorosa fino all’inverosimile ed io mi ci perdo dentro, sono sempre in ritardo, da quando mi alzo al mattino fino a quando vado a dormire la sera. Ho quindi bisogno di solitudine e silenzio che mi diano lo spazio per ricaricarmi.
Gli inglesi, nel pragmatismo che li contraddistingue, hanno due termini che esprimono il diverso significato della solitudine: alone e lonely: il primo descrive la condizione fattuale ed oggettiva dell’essere soli che può essere positiva, neutra o negativa. Il secondo invece un’emozione soggettiva di tristezza o isolamento, spesso negativa. Nel caso del solo dating si potrebbe riassumere così: I am alone, but I’m not lonely (sono solo, ma non mi sento solo) cui per converso si contrappongono quelle situazioni in cui siamo fisicamente in compagnia eppure ci sentiamo immensamente soli, che è quello che accade di norma in tante relazioni e trova la sua espressione più efficace nella parabola dei social media in cui abbiamo centinaia, migliaia di amici virtuali ma al contempo stiamo sperimentando la forma più atroce di solitudine che sia mai esistita perché stiamo disimparando soprattutto a stare con noi stessi.
Pochi giorni prima di Natale sono uscita con me stessa per andare al concerto gospel di Natale alla Royal Albert Hall, un evento molto sentito qui a Londra, per molti una tradizione di famiglia che si rinnova di anno in anno. Ebbene, alla mia sinistra avevo una coppia che per tutto il tempo si è dilettata in effusioni mentre, ad un certo punto dello spettacolo, dal palco hanno annunciato che qualcuno nel pubblico, Andrew, aveva una domanda molto speciale da fare ad Hannah: “Mi vuoi sposare?” e lei ha riposto di sì. Evviva.
Ho trovato singolare e divertente la serata, ma neppure per un momento ho pensato di voler essere la mia vicina di posto oppure Hannah–bride-to-be. Ero Francesca e mi stavo gustando lo spettacolo in una condizione di senso compiuto.
E nessuno si straniva che fossi da sola; pure mia madre, in videochiamata a tremila chilometri, ormai ci ha fatto l’abitudine, si è rassegnata ad avere questa figlia un po’ così che se ne va in giro da sola a leggere, prendere caffè e aerei, vedere spettacoli, tutta intera, senza sentire la mancanza o il bisogno di nessuna metà. Forse anche lei inconsciamente sta avvertendo il vento di cambiamento, lo stesso vento che ha portato nelle sale cinematografiche Oceania 2 (nel resto del mondo Moana), l’ultimo successo Disney che sta facendo così bene al botteghino.
Moana torna più matura (anche nelle fattezze del viso che sembra ritoccato col botox) e più audace che mai.
La sua famiglia, che all’inizio la ostacolava, adesso ne accetta e sostiene la natura di “voyager” (viaggiatrice) e “wayfinder” (navigatrice) che letteralmente significa colei che trova la via, in linea con una rinnovata concezione della donna che la porta per natura alla ricerca di sé stessa verso un altrove a volte sconosciuto ma allo stesso tempo noto per essere un altro-da-qui.
Moana è l’anti-Penelope perché diventa essa stessa una sorta di Ulisse al femminile: non è una che aspetta ma è mossa dall’urgenza di viaggiare verso un’indipendenza che la porterà consapevolmente a perdersi per ritrovare la propria strada. Questo il tema centrale del film i cui elementi narrativi e musicali enfatizzano l’idea che, talvolta, smarrirsi è parte integrante del percorso verso la scoperta di sé e del proprio destino.
Si tratta di uno smarrimento interiore e necessario fatto di scelte autonome, di autodeterminazione, di atti di una volontà consapevole che, compiuti dalle donne, spaventano soprattutto l’uomo il quale si ritrova smarrito a sua volta (ma in un senso differente) e travolto da una mutata femminilità non più docile ma autorevole, il che genera in lui un bisogno ossessivo di controllo. Così i vari Turetta, Impagnatiello per un totale di 99 donne uccise in Italia solo tra il 1° gennaio e il 18 novembre 2024, il più delle volte vittime di coniugi o figli, gli uomini a loro più vicini che faticano ad accettarne l’indipendenza percependola, piuttosto, come una minaccia in quanto forma di ribellione al maschio padrone.
Per un attimo avevo anche pensato di trascorrere con me soltanto anche il Natale ma questo, per mia madre, sarebbe stato veramente troppo, non avrebbe retto il colpo.
Così ho preso di buono il mio viaggio in solitaria verso la Puglia coccolandomi con una golosissima colazione ultra-processata in aeroporto ed una buona lettura in aereo, gustandomi gli ultimi momenti di solitudine che avrebbero creato quello spazio di decompressione preventivo e necessario in cui sarei andata a rifugiarmi per i 5 giorni a venire, tra teglie di lasagne e visite di parenti, abitudini non mie e stanze fatte di rumori che non conosco. Avrei poi lasciato lo spirito del Natale con tutta la sua prepotenza impossessarsi di me come le ghirlande sghembe sopra la tenda del soggiorno.
Pensavo però, che al bisogno, sarei fuggita dalla porta sul retro per andare a prendere un caffè al bar di piazza Municipio. In segreto, clandestinamente, attenta a non farmi scoprire da mia madre.
Copyright © Londranomala 2025 – Riproduzione riservata
