Come si arriva a Londra?
Ognuno di noi che ci viviamo potrebbe raccontare la propria storia e ciascuna sarebbe diversa dalle altre, unica nella sua specie.
Prima di chiedersi come, tuttavia, forse bisogna domandarsi perché’: cosa è che ci spinge ad andare via dal posto in cui viviamo e ripartire da zero da un’altra parte?
La necessità di un lavoro migliore? Non sempre o per lo meno, non solo. Lasciare i posti che ognuno di noi chiama casa per cercar fortuna altrove sottintende delle motivazioni ben più profonde che spesso hanno a che fare con quello che sentiamo, con i nostri bisogni più intimi, con ciò che siamo o meglio, che non siamo ancora ma che vorremmo essere; col bisogno di realizzare il nostro tempo in uno spazio nuovo che sia in grado di contenerlo e di renderci attori consapevoli di quella cosa che si chiama vita e che a volte non sentiamo di vivere fino in fondo.
Londra è stata il mio altrove, la meta verso cui partire ed il luogo da cui ri-partire: io ho fatto un biglietto di sola andata e quella cosa che chiamiamo destino ha fatto tutto il resto senza che io potessi neppure immaginarlo e senza che soprattutto io chiedessi o aspirassi a tanto.
Ritorno al futuro: fine 2008. Dopo undici anni a Milano (dove, finita l’università, lavoravo stabilmente), ho avvertito il bisogno di una pausa di riflessione da me stessa. Apparentemente la mia vita aveva un percorso ben definito e coerente, ma dentro sentivo che mi mancava qualcosa.
<Vado a fare un corso d’inglese di tre mesi >, mi sono detta. In altre parole, vado a Londra per tre mesi.
15 marzo 2009, volo dalla Puglia (mia terra d’origine) a London City, la mia vita dentro due valigie ed uno zaino Eastpack malconcio, fedele compagno di concerti a San Siro. Non c’era l’Iphone: io avevo un Nokia d’avanguardia ed un lettore cd portatile con la raccolta Pensieri, emozioni di Lucio Battisti.
Comincia così la mia esperienza londinese: al mattino corso d’inglese, al pomeriggio birre al pub con compagni di corso e insegnanti, la sera in giro per Brick Lane, il weekend a Shoreditch o a Camden Town.
Ogni giorno venivo trafitta da schegge di vita che mi attraversavano senza che io potessi farci niente: la città mi entrava dentro con tutti i suoi spunti, le sue moltitudini di stimoli ed individui, il suo saper essere terra di tutti perché patria di nessuno, con quell’accoglienza benevola che ti fa sentire sempre a casa; il cocktail di accenti provenienti da tutto il mondo, gli eventi, i luoghi, tutto per tutti, come uno Spotify di avvenimenti e di emozioni: tutto pronto e disponibile per la fruizione e l’ascolto.
E poi la Musica: il mio punto debole ed al contempo quello più forte.
Io che suono il pianoforte da quando avevo sette anni e scrivo canzoni da quando ne avevo tredici; io che prima di andare a letto ogni sera bacio sempre il mio pianoforte come si fa col fidanzato; io che a Londra, però, un pianoforte ancora non lo avevo…mi nutrivo di tutto ciò che suonava intorno a me: buskers, open mic, concerti a pagamento e non. E di tanto in tanto, quando l’urgenza diventava fisica, mi infilavo nei negozi di pianoforti fingendo di volerne comprare uno, pur di poter sfogare le dita per una mezz’ora con la scusa di provare quello a cui mi mostravo interessata.
Finché una domenica sera, dopo essere stata derubata di portafoglio con documenti e bancomat, mi ritrovo a Camden Town con degli amici per consolarmi. Il locale purtroppo non c’è più ma si chiamava Proud Camden ed era un posto fighissimo, un crocevia di arte e cultura frequentato da artisti di tutti i tipi. Ci andavo ogni domenica, prendevo qualche birra in compagnia e mi mettevo ad ascoltare i gruppi che suonavano per circa sette ore di fila facendo improvvisazione jazz.
Quella domenica di novembre inizio a parlare col manager del locale e gli chiedo: <Ma come si fa a suonare qui? Vorrei saperlo perché, sai, io suono, canto e scrivo dei pezzi miei, insomma..>. E lui, Britishissimo: <Wanna play now?>. Ed io, in uno degli slanci di più felice incoscienza della mia vita: <Yes, why not?>.
Ed i miei amici, paralizzati, mi guardano e mi chiedono: <Ma sei pazza? ora? e cosa suoni?>. Ed Io: <Non lo so>. E sto già salendo sul palco e prendendo posto ad una tastiera che non ho mai suonato, con dei musicisti veri che non ho mai visto (basso, chitarra, sax, batteria, synth…insomma, una roba serissima). Ci guardiamo, loro mi sorridono tutti. Il batterista, italiano, mi dice: <Quando vuoi> e mi strizza l’occhio. Io mi sistemo sullo sgabello, regolo il microfono all’altezza della bocca ed inizio a suonare un mio pezzo che loro, ovviamente, non conoscono e come loro, nessun altro: Compressa.
Suono e canto con una confidenza che mi stupisce, vado serena, loro mi seguono alla grande, il pezzo prende una vita che non credevo potesse avere e con esso prendo vita io su quel palco vero e immenso con un pubblico vero di sconosciuti provenienti da tutto il mondo.
Finisco, mi fermo e ritorno cosciente a me stessa, svegliata dallo scroscio degli applausi. Il batterista mi guarda e fa: <Famo un altro pezzo?> . Io mi rendo conto di cosa ho appena fatto, lo guardo e dico, secca: <No!>.
Scappo via dal palco rintontita dall’emozione e vado a rifugiarmi in bagno, neanche saluto i miei amici.
Fuori dalla porta del bagno, una piccola folla di spettatori mi aspetta chiedendomi chi sono, come mi chiamo, se ho dei pezzi su Youtube o un cd che si possa comprare e dove suono di solito perché loro verrebbero sicuramente a sentirmi.
Io – quasi scusandomi per quello che avevo appena fatto – rispondo che no, non sono su Youtube perché non faccio quello di mestiere e che no, non ho un cd o dei posti in cui suono con regolarità.
Sono tramortita dall’emozione, dallo stupore, dall’immediatezza con cui questa città, in una sola sera, mi ha realizzato il sogno di una vita!
Io che per undici anni a Milano avevo solo suonato nel salotto di casa mia alle cene con gli amici, mi ero ritrovata senza alcuna fatica a suonare a Londra su un palco prestigioso con dei musicisti veri: quello è stato forse uno dei primi, inaspettati regali che questa città mi ha fatto, uno di quei gesti gratuiti che contribuiscono a trasformare l’infatuazione in sentimento, la passione in amore, quello vero, che fa arrivare le coppie alle nozze d’oro.
Quello è stato uno dei momenti in cui ho capito che Londra è il posto delle opportunità in cui se sai fare una cosa, ti danno la possibilità di provare. E’ un luogo di condivisione e di ascolto, un posto magico in cui tutto è possibile, un posto che a un certo punto ti fa scattare la voglia di chiamarlo “casa” e di cui, poi, non riesci a fare più a meno. Un posto in cui puoi trovarti e realizzarti per ciò che sei veramente, un posto in cui puoi essere te stessa senza nasconderti o senza scusarti con nessuno, prima di tutto con te.
Da lì è stato un attimo: mille canzoni scritte, mille persone conosciute (alcuni sono diventati gli amici della vita); mille occasioni inimmaginabili: io che un sabato come un altro mi presento al citofono di casa di alcuni italiani, amici di amici, che cercavano una cantante per la loro band; io che, in piena crisi mondiale 2009 post-fallimento Lehman Brothers, riesco ad trovare lavoro e riparto da sottozero a fare la stagista con una internship di tre mesi pagata meno dell’affitto della stanza in cui vivevo; io che vengo confermata anche per i tre mesi successivi e per i sei successivi ancora. E io che, a distanza di un anno, riesco ad avere un contratto permanent.
Io che vivo nello stesso palazzo da allora ed io che oggi, dopo dodici anni, sono qui a raccontarvelo, a raccontare la mia storia, una storia che continua a scriversi a quattro mani con questa città che per me, Brexit o non Brexit, sarà sempre il posto che chiamerò CASA.
Per carità, non è che i momenti difficili manchino o siano mancati, anzi! Ma Londra ti dà quella forza, quella che a Napoli chiamano cazzimma, quella fiducia in te stessa che ti fa venire la voglia e la consapevolezza che ce la farai nonostante tutto, proprio come farebbe un compagno presente e innamorato. E tu vai sempre avanti.
Queste siamo Io & Londra: storia di una storia d’amore.
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